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Interviste impossibili - Renzo Mazzetti, la forza tranquilla della concretezza
event Pubblicato lunedì, giugno 08, 2026

Ci sono tanti modi per ricordare, dopo la morte, persone che hanno lasciato tracce di un qualche significato nel cammino che si ha avuto l’avventura di percorrere insieme. FLest vuole farlo attraverso delle interviste impossibili, utilizzando pensieri e testimonianze condivise, nella speranza di restituire a chi legge piccoli ritratti di normale straordinarietà.


Renzo MAZZETTI (10 giugno 1943 - 23 maggio 2025)


Allora Renzo, ce lo offri un caffè?

Dai, fate i bravi! Viene da ridere anche a me se ripenso alle sere in cui veniva a trovarmi il gruppetto di amici con cui ci incontravamo regolarmente per condividere esperienze alla luce del Vangelo: chiedevo loro in continuazione: “Volete un caffè?”. Lo facevo perchè nel giro di pochi minuti me ne dimenticavo e temevo di non averli accolti bene! Ma adesso potete stare tranquilli, ho recuperato pienamente quella memoria che negli ultimi tempi della vita, oltre al resto, qualche problema me l’ha dato.

Visto che hai ripreso il controllo della memoria, raccontaci: com’è che hai incontrato il Movimento dei Focolari?

Non avevo ancora vent’anni. Abitavo a Brescia, in un quartiere popolare, Borgo Trento, e lavoravo in una grande fabbrica metalmeccanica. Tra i giovani che frequentavo all’Oratorio della Parrocchia ce n’era uno di nome Enrico che mi invitò ad andare con lui in montagna. A me la montagna piaceva e ci andai. Mi ritrovai ad Ala di Stura, in Piemonte, nel bel mezzo di un incontro con un sacco di gente. Si parlava del Vangelo e delle sue parole rivoluzionarie, come quelle che invitano ad amare il prossimo come se stessi. Un po’ sorpreso lo ero, ma le persone che avevo intorno erano assolutamente convinte che il Vangelo andasse vissuto e non solo ascoltato. Ci credevano davvero e si comportavano di conseguenza. Scoprivo che il cristianesimo non finiva con la messa della domenica.

Com’è che l’invito ad andare in Mariapoli è arrivato proprio a te?

Non lo so. Anzi, penso di saperlo. Credo che a spingere Enrico a propormi quella cosa fu mio fratello Fausto. Aveva qualche anno più di me e appena tornato dal militare, mi pare fosse il 1961, aveva fatto la valigia ed era partito per Roma perché voleva diventare un Focolarino, ospitato a Villa Maria Assunta, una casa messa a disposizione del Movimento dei Focolari dalla sorella di Papa Pio XII che era diventata il cuore dell’Opera e della formazione dei focolarini. Nel 1968 anche mia sorella Valeria partì: lei andò a Loppiano, nelle colline toscane, dove stava nascendo, sui terreni donati da Eletto Folonari, la prima cittadella internazionale del Movimento e luogo di formazione delle focolarine. Allora non sapevo nulla di queste cose: sapevo solo che Fausto e Valeria avevano scelto di seguire Dio in maniera totalitaria.


Cosa succede dopo i giorni in Val d’Ala?

Succede che tornato a casa sentivo quasi nostalgia di quel che avevo vissuto.

E allora?

Lino Bresciani, un professore delle superiori, impegnato nella parrocchia del nostro quartiere, propose a me e ad altri - c’erano Battista Bonometti, Tino Noris, Paolo Folonari - di incontrarci per approfondire, conoscere di più, condividere. Ecco, la mia formazione cristiana più profonda è cominciata in quegli incontri. Niente di straordinario, intendiamoci: alla base di tutto c’era solo il Vangelo e quel modo speciale di viverlo che Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, proponeva con un entusiasmo trainante.

Cioè?

Prendendolo sul serio. A me di Chiara ha sempre colpito la concretezza, una spiritualità da vivere nel quotidiano. Per me che facevo l’operaio alla OM, che allora era la più grande fabbrica di Brescia, sentire dire da Chiara che per noi laici impegnati nel Movimento, la sirena della fabbrica e il campanello della scuola rappresentavano quello che per i religiosi era la campana del convento, fu una cosa forte!

Torniamo indietro un momento. Oltre a quel Lino che hai citato, chi hai conosciuto all’inizio?

Beh, come vi ho detto Lino era un professore e qualche volta ci incontravamo con un suo amico, anche lui professore, Antonio Bellocchio, che è diventato anche nostro carissimo amico. Venivano a trovarci anche dei focolarini di Milano - ricordo Bruno Druscovich e Nino Misani - ma anche da Bergamo. La proposta era quella di farci “Volontari di Dio”, un’idea che Chiara aveva mutuato dopo i tragici fatti d’Ungheria del 1956 e dell’appello del Papa a “far risuonare il nome di Dio nelle piazze, nelle case, nelle officine”.

E così siete cresciuti!

Sì, insieme. Ognuno di noi continuava la sua vita, ma era cambiato il come vivevamo: cercando di essere, per quello che eravamo capaci, "lievito" e "fuoco" nella società, cercando di trasformare gli ambienti di vita e di lavoro attraverso i comportamenti più che con le parole.

Poi, ad un certo punto, ti innamorasti di Onorina.

Lavorava in ospedale, era infermiera. Dopo un po’ che ci frequentavamo cominciammo anche a pensare al matrimonio. Un giorno le proposi di fare un giro a Bergamo. C’era la Mariapoli e a me sembrava la cosa più bella da farle conoscere. Non andò benissimo. Ci accolsero tutti con molta cordialità e grandi sorrisi, ma Onorina sembrava un pesce fuor d’acqua. Mi guardava con aria interrogativa e sembrava chiedermi: "Cos’hanno da ridere tutte queste persone?". Anni dopo mi confidò che in quel viaggio di ritorno a casa, in auto si era chiesta più volte se davvero voleva stare con me!

Alla fine però vi siete sposati!

Nel 1973. E abbiamo avuto la gioia di avere cinque figli: Lorenza, Paola, Marta, Pietro e Miriam.

Avete continuato insieme a frequentare il Movimento?

Beh, c’è voluto un po’ di tempo! Onorina aveva idee ben chiare sulla scarsa considerazione del ruolo e del punto di vista femminile nella società, ma anche nella Chiesa. Le rivendicazioni del femminismo di quegli anni erano anche le sue. Quando a Frontignano, nella Bassa Bresciana, arrivò da Asti una famiglia di focolarini a cui Chiara aveva affidato la cura di un cascinale e dei relativi terreni donati al Movimento dai fratelli Carlo e Antonietta Lanzani, iniziarono degli incontri per le famiglie a cui invitarono anche noi. L’adesione di Onorina non fu entusiasta, ma c’eravamo. Lei non interveniva, non parlava mai, ma tutti ci volevano bene, a cominciare da Cesare e Rosi Zorra che sulla parola di Chiara avevano lasciato tutto, letteralmente tutto, per venire a vivere a Frontignano.

Chi c'era con voi in quei primi incontri?

C’erano Giuliana e Giovanni Bertagna, Graziella e Gabriele Cucchi, Silvana e Piero Platto, Laura e Beppe Capretti, Cati ed Egidio Zoni, Tina e Remigio Zatti, Piera e Gianni Rubicondi, Maggie e Giorgio Zecchini, Gemma e Antonio Maffeis, Angiolina e Angelo Ferlinghetti, Giorgio e Rosanna Zubani. Un gruppo che con il passare del tempo cresceva con l'arrivo di nuove coppie e nuove famiglie.

In questa foto del 1979 alcune delle famiglie del gruppo avviato e seguito da Rosi e Cesare Zorra, i primi a destra, in basso nella foto. Dal lato opposto, sempre nelle due file in basso, Renzo Mazzetti, con la mano appoggiata sulla spalla di Onorina.


Cos’è che vi teneva uniti, te e Onorina, a quella esperienza?

Credo l’amore semplice e concreto di tutti verso tutti, il rispetto, il fatto di non sentirsi giudicati e di non giudicare, l’attenzione e la premura reciproche. Che ci fosse bello o brutto tempo importava poco: non mancavamo quasi mai, portandoci dietro nella cesta la nostra ultima nata.

Tu continuavi però a vederti anche con il tuo gruppetto di Volontari?

Sì sì! E anche noi aumentavamo di numero, e anche in questa crescita c'entravano gli incontri a Frontignano con Cesare e Rosi che ci aiutavano a capire qual era la vocazione di ciascuno. Onorina, ad esempio, sentì ad un certo punto che la sua strada era quella del Focolare, da vivere come focolarina sposata.

Questo ha comportato dei cambiamenti nella vostra vita?

Era arrivato il momento per noi di condividere quella novità che Chiara aveva portato nella nostra casa, nella nostra famiglia. Così abbiamo cominciato a stringere rapporti fraterni con altre famiglie, a seguirle, ad incontrarle periodicamente, offrendo loro quel che a nostra volta avevamo ricevuto: fiducia, accoglienza, ascolto e quella rivelazione che aveva illuminato l’inizio del Movimento: “Dio ci ama immensamente”.

Riassumendo: tu lavoravi in fabbrica e avevi il tuo cammino con i Volontari; Onorina lavorava in ospedale e aveva il suo percorso in Focolare; avevate poi cinque figli da tirare su, dove trovavate il tempo per fare altro?

Davvero, non lo so. Eppure facevamo tutto con tranquillità!

I Volontari con i quali ti vedevi nell’ultimo periodo, quelli del caffè di cui dicevamo all’inizio, hanno scritto di te che sei stato “un papà amorevole che ha saputo accogliere ciascuno dei cinque figli come unico ed irripetibile, con le proprie diversità e specificità, senza imporre o imporsi, mettendosi al fianco di ciascuno”.

Io ho fatto più fatica di Onorina. Sono figlio di un periodo storico in cui quel che contava soprattutto nel lavoro era il posto fisso. I nostri figli sono cresciuti in un contesto tutto differente e io ci ho patito abbastanza. Sbagliando, ovviamente, perché se oggi guardo a come si sono realizzati non ho che da esserne felice e orgoglioso.

Un’altra cosa che i tuoi amici hanno voluto sottolineare scrivendo le cose che più ti avevano caratterizzato è stata la tua passione per il sociale e la politica.

Ho cominciato in fabbrica, come rappresentante sindacale della Fim CISL, che allora, quando dal manifatturiero veniva il contributo più rilevante al sistema economico e quando anche l’attenzione della politica ai temi del lavoro era molto alta, era davvero una figura di riferimento significativa. Per me ha sempre contato il significato originario della parola sindacato, che vuol dire “fare giustizia insieme”. Per cui quando, molti anni dopo, mi hanno chiesto di candidarmi nel consiglio comunale del mio paese, ho accettato con quello stesso spirito: in fabbrica fare giustizia era legato alle tutele e ai diritti dei lavoratori, nell’amministrazione pubblica significava occuparsi delle persone più deboli e delle fragilità sociali sempre più diffuse.

Che è una bella idea se non ci fossero di mezzo le divisioni e gli interessi di partito!

Io mi sono sempre fatto guidare dalla mia coscienza, anche quando dopo essere stato consigliere mi hanno chiesto di entrare in Giunta con l’incarico di Assessore ai Servizi Sociali. Mi ha molto aiutato anche l’idea lanciata da Chiara Lubich per rifondare la politica.

Ti riferisci al Movimento politico per l’unità?

Esatto, che ha come sollecitazione primaria quella di amare il partito altrui come il proprio. Ci ho provato e mi pare di esserci anche riuscito, perché nel confronto, nella dialettica, nell'accoglienza e nell’inclusione si gettano le basi per il sogno di Chiara e di tutti noi che abbiamo camminato e camminiamo nel solco del suo Carisma, il Mondo Unito.

Ad un certo punto della tua vita hai dovuto fare i conti con i primi acciacchi e vuoti di memoria.

Li ho affrontati senza farli più grandi di quel che erano: segnavo tutto sul calendario appeso in cucina.

Poi però la malattia è diventata più esigente.

E io ho imparato a lasciarmi voler bene: con fiducia mi sono abbandonato a tutto ciò che quella fase nuova della vita mi ha riservato.

A chi ti chiedeva come stavi, rispondevi sempre allo stesso modo: “Nel presente, bene”…

 …e quando non avevo fiato neanche per quelle tre parole chiudevo la mano a pugno e alzavo il pollice!

Cosa c’era dietro quelle parole?

La voglia di testimoniare con la serenità di cui ero capace, che vivevo la mia fede con la stessa intensità di sempre, con la certezza di essere nelle mani di Dio, mani che a Dio erano prestate da tutti coloro che mi stavano accanto con una pazienza e un amore infinito.

Senti Renzo, cosa ci riserva il Paradiso?

Vivere l’amore reciproco come Gesù ci ha insegnato, apre squarci di Paradiso anche per chi come voi ha ancora da camminare sulla Terra!

g.c.




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