Sessantotto: ricordi e pensieri. Nella grande fabbrica ribolliva la rabbia. Ma io sognavo altro

La nostra raccolta di short message sul Sessantotto, il modo che abbiamo scelto per avvicinarci alla nona edizione di LoppianoLab che proprio su quella data ha costruito il titolo di quest’anno – Dal sogno all’impegno. Educazione, partecipazione, lavoro a cinquant’anni dal ’68 – lascia spazio oggi ad una short story.







Adriano Mor aveva 27 anni nel 1968
viveva e lavorava a Brescia

Io il Sessantotto l’ho fatto dalla parte dei padroni. Lavoravo all’OM-IVECO di Brescia. Eravamo in settemila dipendenti. Da poco ero stato promosso da operaio a caposquadra. Da un giorno all’altro non ero più proletario, non appartenevo più alla “classe operaia”, ero un “servo dei padroni”. E, come tale, degno del più arrabbiato disprezzo. Oggi non si sa cosa sia la “lotta di classe”, ma allora era il “vangelo” per gli operai di sinistra, quelli aderenti alla Fiom e al Partito Comunista. Erano la stragrande maggioranza, dominavano nello stabilimento, nel Consiglio di Fabbrica, decidevano l’azione quotidiana di scioperi e di protese.

La contestazione al mondo capitalista ed imperialista, è ovvio, non era solamente del mondo operaio; il mondo studentesco e politico fomentava la violenza con cortei di protesta in tutte le città, per la guerra in Vietman, in cui i vietnamiti, eroici, venivano sbranati dal lupo americano.

C’era la Guerra Fredda e il mondo sembrava sull’orlo di un conflitto mondiale, fra la parte comunista - due miliardi di persone - e quella occidentale.
Non era un mondo pacifico, ed era socialmente esplosivo. La punta d’avanguardia, per una eventuale rivoluzione, era riservata alla classe operaia. E alla OM, i “duri e puri” della lotta senza paura, per i “diritti dei lavoratori” erano numerosissimi.

Molti “partigiani” erano stati assunti all’OM e questi erano sempre disposti a “menar le mani” contro chi non voleva scioperare. Erano di moda i “picchetti”. Alle numerose entrate della grande fabbrica c’era un drappello organizzativo di operai, che durante lo sciopero impedivano a chiunque di entrare. Questo “stile” di scioperare si era propagato in tutte le industri italiane. I sindacati usavano, di fatto, la violenza per vincere la causa contro i padroni.

Ed io facevo il gioco dei padroni, ormai, ero il nemico della classe operaia.

Non contava nulla la mia storia di operaio. Per una formidabile convergenza di problematiche sociali, politiche, economiche, militari, la classe operaia fece esplodere tutta la sua rabbia repressa da secoli, contro il mondo dei padroni. La fabbrica divenne il luogo dove la libertà di espressione divenne una contestazione radicale. I dirigenti venivano contestati nei loro uffici e aggrediti con lanci di dadi e bulloni nelle vetrate.
Per un decennio il mondo operaio, fu scosso da un movimento di libertà ed emancipazione dal padrone, mai sperimentata. Perfino un film - “La classe operaia va in paradiso” - ne esaltava la rivoluzione. Ma questa ubriacatura generale, perfino assurda, contro il mondo occidentale, doveva finire. La contestazione era sfociata nella lotta armata. E la lotta operaia divenne “una scusante” per giustificare la violenza.

Io vissi cinque anni in quel clima rivoluzionario. Sognavo un lavoro dignitoso e pacifico. Vinsi un concorso e divenni insegnante. Voltai le spalle, senza rimpianti, alla classe operaia.

Adriano Mor